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Salari italiani, il lavoro cresce ma il potere d’acquisto resta indietro: perché il problema è strutturale

Il mercato del lavoro italiano presenta oggi un apparente paradosso. Da una parte l’occupazione ha raggiunto livelli elevati rispetto alla storia recente del Paese e la disoccupazione si mantiene su valori relativamente contenuti. Dall’altra, per milioni di lavoratori la sensazione è che avere un impiego non significhi necessariamente migliorare le proprie condizioni economiche.

Il punto decisivo è il potere d’acquisto.
Non basta infatti osservare quanto aumenta nominalmente una busta paga. Per capire se un lavoratore sta realmente diventando più ricco o più povero bisogna confrontare la crescita dello stipendio con quella dei prezzi. Se una retribuzione aumenta del 3%, ma nello stesso periodo il costo della vita cresce del 5%, il reddito nominale è salito, mentre quello reale è diminuito.

Ed è proprio su questo terreno che l’Italia continua a mostrare una delle sue debolezze economiche più profonde.

Secondo l’OCSE, nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani risultavano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021. Nonostante un recupero dell’1,3% rispetto all’anno precedente, si tratta ancora del divario più elevato tra le principali economie dell’area OCSE.

Non siamo quindi davanti soltanto alle conseguenze temporanee dell’inflazione degli ultimi anni. La questione salariale italiana affonda le sue radici in problemi molto più lontani: bassa produttività, frammentazione del tessuto produttivo, insufficiente crescita dimensionale delle imprese, investimenti limitati in innovazione e capitale umano, contrattazione collettiva lenta e difficoltà nel trasferire ai lavoratori una quota maggiore della ricchezza prodotta.

Un problema che viene da lontano

La debole dinamica delle retribuzioni italiane non nasce con la pandemia.

Le analisi di lungo periodo mostrano che, mentre in alcune delle principali economie europee i salari reali sono aumentati significativamente nel corso degli ultimi trent’anni, in Italia la loro evoluzione è stata sostanzialmente stagnante, con periodi nei quali il potere d’acquisto è addirittura arretrato.

L’articolo di Marco Leonardi pubblicato su Lavoro Diritti Europa, prendendo come riferimento elaborazioni OCSE, evidenzia ad esempio una diminuzione dei salari reali italiani del 3,4% tra il 1991 e il 2023, a fronte di incrementi superiori al 30% in Francia e Germania nello stesso arco temporale.

Al di là delle singole percentuali, il dato economicamente rilevante è la divergenza accumulata.

Se per pochi anni un Paese cresce meno dei propri concorrenti, il divario può essere recuperabile. Quando invece la differenza si accumula per due o tre decenni, finisce per incidere sull’intero sistema economico: consumi, risparmio, investimenti delle famiglie, natalità, mobilità sociale e capacità di attrarre e trattenere lavoratori qualificati.

L’Italia si trova proprio davanti a questo problema.

Lo shock dell’inflazione ha aggravato una debolezza già esistente

La situazione è diventata particolarmente evidente dopo il 2021.

La rapida crescita dei prezzi dell’energia e delle materie prime, successivamente trasferita su una parte consistente dei beni e dei servizi acquistati dalle famiglie, ha prodotto una forte accelerazione dell’inflazione.

Il sistema delle retribuzioni italiane non è riuscito ad adeguarsi con la stessa velocità.

I contratti collettivi prevedono infatti tempi di negoziazione e rinnovo che possono durare molti mesi. La risposta salariale all’aumento dei prezzi arriva quindi spesso in ritardo.

Quando finalmente gli incrementi contrattuali vengono riconosciuti, una parte della perdita di potere d’acquisto si è già verificata.

È ciò che è accaduto in maniera particolarmente marcata durante la fase inflazionistica successiva alla pandemia.

Nel 2024 e nel 2025 le retribuzioni hanno iniziato a recuperare terreno. Secondo l’Istat, nella media del 2025 le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate del 3,1%, mentre l’indice IPCA è cresciuto dell’1,7%. Ciò ha consentito un parziale recupero in termini reali, ma non sufficiente a cancellare quanto perso negli anni precedenti.

Il problema, quindi, è simile a quello di una lunga salita dopo una caduta molto rapida: anche quando la direzione torna positiva, occorre tempo prima di ritornare al punto di partenza.

Nel 2026 gli stipendi aumentano, ma la rincorsa non è finita

Anche i dati più recenti confermano questa situazione.

Nel periodo gennaio-giugno 2026 la retribuzione contrattuale oraria media è aumentata del 2,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel solo mese di giugno l’incremento tendenziale è stato del 2,4%.

Si tratta di aumenti importanti, ma che devono essere letti insieme all’andamento dei prezzi.

A luglio 2026 l’inflazione misurata dall’indice nazionale dei prezzi al consumo risultava pari al 2,9% su base annua.

Il rischio è quindi che una nuova accelerazione del costo della vita rallenti ulteriormente il recupero salariale.

L’OCSE, nel suo Employment Outlook 2026, ha segnalato proprio questa possibilità, stimando per l’Italia una nuova contrazione dei salari reali nel corso del 2026 qualora le pressioni sui prezzi dell’energia dovessero continuare.

Il problema salariale, dunque, non può essere affrontato semplicemente attendendo che l’inflazione diminuisca.

Serve un meccanismo economico capace di produrre una crescita strutturale delle retribuzioni.

Più occupati non significa automaticamente salari più alti

Uno degli aspetti più interessanti dell’attuale situazione italiana riguarda proprio il rapporto tra occupazione e salari.

Nel primo trimestre del 2026 il tasso di occupazione italiano ha raggiunto, secondo l’OCSE, il 62,8%, un livello record per il Paese. Rimane tuttavia molto distante dalla media OCSE del 72,1%, soprattutto a causa dei bassi livelli di partecipazione al mercato del lavoro di donne e giovani.

Normalmente un mercato del lavoro più forte dovrebbe aumentare il potere contrattuale dei lavoratori.

Quando le imprese hanno difficoltà a trovare personale, sono infatti incentivate a offrire stipendi migliori.

In Italia questo meccanismo funziona solo parzialmente.

Una delle ragioni è che il mercato del lavoro non è omogeneo. Esistono settori ad alta produttività e fortemente internazionalizzati nei quali le imprese competono anche attraverso salari e benefit, accanto a comparti caratterizzati da aziende molto piccole, margini ridotti e forte concorrenza sui costi.

Industria, servizi avanzati, turismo, commercio, ristorazione, logistica e servizi alla persona presentano strutture produttive e capacità salariali profondamente differenti.

Per questo una media nazionale può nascondere situazioni estremamente diverse.

Produttività e salari: il vero nodo dell’economia italiana

Nel lungo periodo è difficile aumentare stabilmente gli stipendi se non aumenta anche il valore prodotto da ogni ora di lavoro.

È il tema della produttività.

Su questo fronte l’Italia accumula un ritardo ormai storico.

L’OCSE osserva che la produttività del lavoro italiana rimane inferiore a quella di molte economie avanzate e che la sua crescita è rimasta indietro rispetto alla media dell’area euro fin dalla metà degli anni Novanta. Tra le cause viene indicata anche l’elevata presenza di piccole imprese a bassa produttività che incontrano difficoltà a crescere dimensionalmente.

La dimensione aziendale non è naturalmente l’unica variabile.

Contano gli investimenti tecnologici, la qualità del management, la digitalizzazione, la ricerca, la formazione dei dipendenti, l’organizzazione dei processi, l’accesso ai capitali e la capacità di vendere beni e servizi a maggiore valore aggiunto.

Ma il meccanismo generale resta evidente.

Un’impresa che compete esclusivamente abbassando i prezzi tenderà inevitabilmente a comprimere anche i costi.

Un’impresa che compete attraverso tecnologia, qualità, brevetti, organizzazione, marchio e competenze può invece generare margini superiori e avere maggiore spazio per riconoscere retribuzioni più elevate.

La politica dei salari non può quindi essere separata dalla politica industriale.

Il problema dei rinnovi contrattuali

Esiste però un secondo nodo, più specificamente italiano: la velocità con cui gli aumenti vengono trasferiti nelle buste paga.

Alla fine di giugno 2026 risultavano in attesa di rinnovo 25 contratti collettivi, riguardanti circa 3,9 milioni di dipendenti. Il tempo medio di attesa per i lavoratori con un contratto scaduto era di 17,9 mesi.

Quasi un anno e mezzo.

In una fase di inflazione molto bassa questo ritardo può essere relativamente gestibile. Quando invece i prezzi crescono rapidamente, diciotto mesi possono determinare una perdita importante del potere d’acquisto.

Il problema diventa ancora più evidente nel pubblico impiego.

A giugno 2026 l’Istat rilevava che, considerando la parte economica, tutti i contratti della pubblica amministrazione risultavano scaduti.

La velocità dei rinnovi diventa pertanto una parte essenziale della politica salariale.

Non conta soltanto quanto viene riconosciuto al termine della trattativa. Conta anche quando quell’aumento arriva materialmente al lavoratore.

Contrattazione nazionale e contrattazione aziendale

Un altro elemento fondamentale riguarda la struttura del sistema italiano.

Il contratto collettivo nazionale svolge una funzione indispensabile: stabilisce una base comune di diritti e retribuzioni per milioni di lavoratori.

Ma da solo difficilmente può distribuire gli incrementi di produttività delle singole aziende.

È qui che dovrebbe intervenire maggiormente la contrattazione di secondo livello, cioè aziendale o territoriale.

Se un’impresa investe, cresce, aumenta la produttività e migliora i propri risultati economici, una quota di quel miglioramento dovrebbe poter arrivare ai dipendenti attraverso premi, welfare, aumenti o forme di partecipazione.

Questo meccanismo è molto più semplice nelle imprese medio-grandi.

Diventa invece complicato nelle migliaia di piccole e microimprese che costituiscono gran parte del tessuto produttivo italiano.

Da qui nasce una delle difficoltà strutturali del nostro sistema: proprio i lavoratori delle aziende meno produttive sono spesso quelli che hanno meno possibilità di beneficiare della contrattazione aziendale.

Il salario minimo può essere una soluzione?

All’interno di questo scenario continua inevitabilmente il dibattito sul salario minimo legale.

Al 1° luglio 2026 l’Italia era ancora uno dei cinque Paesi dell’Unione europea – insieme a Danimarca, Austria, Finlandia e Svezia – privi di un salario minimo nazionale stabilito per legge. In questi Paesi la determinazione dei minimi retributivi è affidata principalmente alla contrattazione collettiva.

Il confronto politico italiano tende spesso a trasformare il salario minimo in una contrapposizione tra due modelli.

In realtà il problema è più articolato.

Un salario minimo può svolgere una funzione di protezione soprattutto nei settori caratterizzati da retribuzioni molto basse e da una minore forza della contrattazione collettiva.

Ma da solo non può risolvere trent’anni di stagnazione salariale.

Se la produttività rimane debole, i rinnovi arrivano in ritardo, le imprese non crescono e la contrattazione aziendale resta limitata, fissare una soglia minima affronta soltanto una parte del problema.

La vera questione è costruire un sistema nel quale salario minimo, contrattazione collettiva e crescita della produttività non siano strumenti alternativi, ma elementi complementari.

Il prezzo più alto lo pagano giovani e famiglie

Le conseguenze dei bassi salari non restano confinate alla busta paga.

Un reddito insufficiente modifica le decisioni di vita.

Riduce la capacità di acquistare una casa, rende più difficile accedere a un mutuo, limita la possibilità di costruire risparmio, ritarda l’uscita dalla famiglia di origine e rende più complicato sostenere il costo di uno o più figli.

Per un giovane qualificato entra inoltre in gioco un’altra variabile: il confronto internazionale.

Se competenze simili vengono remunerate significativamente meglio in altri Paesi europei, la mobilità professionale diventa economicamente razionale.

Il fenomeno è già visibile nei dati migratori. L’Istat ha rilevato che nel 2025 gli espatri di cittadini italiani sono stati circa 109 mila, dopo il picco di 141 mila registrato nel 2024. Il saldo migratorio degli italiani è rimasto negativo.

Naturalmente non tutte le partenze dipendono dagli stipendi, ma opportunità professionali, prospettive di carriera e livelli retributivi costituiscono inevitabilmente parte della scelta.

Quando a partire sono soprattutto persone giovani e qualificate, il problema salariale finisce inoltre per alimentare quello della produttività: il Paese investe nella formazione delle persone e successivamente rischia di perdere una quota del capitale umano prodotto.

Anche il divario territoriale pesa sui salari

Alla questione generazionale si aggiunge quella geografica.

Il mercato del lavoro italiano continua a essere caratterizzato da profonde differenze territoriali.

Secondo l’OCSE, nelle aree italiane appartenenti al gruppo con le performance occupazionali peggiori il tasso di disoccupazione è più di quattro volte superiore a quello registrato nelle aree migliori.

Significa che parlare di “mercato del lavoro italiano” come se fosse una realtà uniforme può essere fuorviante.

Le opportunità di Milano, Bologna o alcune aree industriali del Nord non sono le stesse di molte province del Mezzogiorno.

Dove esistono meno imprese, meno investimenti e meno domanda di lavoro qualificato, anche la capacità del lavoratore di negoziare condizioni migliori tende a ridursi.

Per questo la crescita dei salari passa anche dalla capacità di sviluppare economie territoriali più produttive.

La questione salariale richiede una strategia, non una sola misura

Dopo anni di discussione è probabilmente questo il punto sul quale sarebbe utile concentrare il dibattito.

Non esiste una misura capace, da sola, di risolvere il problema.

Ridurre le tasse sul lavoro può aumentare temporaneamente il netto disponibile, ma non sostituisce la crescita delle retribuzioni lorde.

Aumentare i minimi contrattuali protegge il potere d’acquisto, ma deve essere sostenibile per le imprese.

Introdurre un salario minimo può tutelare i lavoratori più deboli, ma non aumenta automaticamente la produttività.

Incentivare gli investimenti migliora la competitività, ma occorre creare meccanismi attraverso i quali una parte dei guadagni di produttività venga trasferita anche ai lavoratori.

Una strategia credibile dovrebbe quindi agire contemporaneamente su più fronti: rinnovi contrattuali più rapidi, maggiore diffusione della contrattazione aziendale e territoriale, regole più chiare sulla rappresentatività delle organizzazioni che firmano i contratti, contrasto ai contratti con condizioni economiche particolarmente deboli, investimenti in tecnologia e formazione, crescita dimensionale delle imprese e riduzione del peso fiscale sul lavoro.

A tutto ciò deve aggiungersi una politica capace di aumentare l’occupazione femminile e giovanile e di ridurre il divario economico tra Nord e Sud.

La vera sfida è tornare a far crescere insieme produttività e retribuzioni

La questione salariale italiana non riguarda soltanto la redistribuzione della ricchezza esistente.

Riguarda soprattutto la capacità di produrne di nuova e di distribuirla in maniera più efficiente.

Un sistema economico basato per decenni su bassi salari può apparire competitivo nel breve periodo, ma presenta costi enormi nel lungo termine.

Riduce i consumi interni, incentiva l’emigrazione dei lavoratori qualificati, rende meno attrattive alcune professioni, limita gli investimenti delle famiglie e può spingere le imprese verso un modello competitivo fondato sul contenimento dei costi anziché sull’innovazione.

È un circolo dal quale occorre uscire.

L’Italia del 2026 presenta un mercato del lavoro più solido rispetto a molti anni del passato, ma questo risultato non basta.

La vera misura del successo sarà capire se la crescita dell’occupazione riuscirà finalmente a trasformarsi anche in crescita del reddito reale.

Per farlo serviranno imprese più produttive, investimenti tecnologici, formazione, contratti rinnovati tempestivamente e un sistema di relazioni industriali capace di distribuire una quota maggiore degli incrementi di produttività.

Perché una crescita economica che aumenta il numero degli occupati senza migliorare progressivamente il valore reale delle loro retribuzioni rimane una crescita incompleta.

E soprattutto perché il lavoro, per essere davvero il fondamento economico e sociale del Paese, deve tornare a garantire non soltanto occupazione, ma anche potere d’acquisto, autonomia e prospettive per il futuro.

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